Jan McEwan, L’AMORE FATALE

29 Dicembre 2007

redazione

L’inizio è facile da individuare. Eravamo al sole, vicino a un cerro che ci proteggeva in parte da forti raffiche di vento. Io stavo inginocchiato sull’erba con un cavatappi in mano, e Clarissa mi porgeva la bottiglia - un Daumas Gassac del 1987. L‘istante fu quello, quella la bandierina sulla mappa del tempo: tesi la mano e, nel momento in cui il collo freddo e la stagnola nera mi sfioravano la pelle, udimmo le grida di un uomo. Ci voltammo a guardare dall’altra parte del prato, e intuimmo il pericolo. L’attimo dopo, correvo in quella direzione. Si trattò di un rivolgimento assoluto: non ricordo di aver lasciato cadere il cavatappi, né di essermi alzato, di aver preso una decisione, né di aver sentito la raccomandazione che Clarissa mi rivolse. Che idiozia, lanciarmi dentro questa storia e i suoi labirinti, allontanandomi di volata dalla nostra felicità, tra l’erba tenera di primavera accanto al cerro. Un altro grido e l’urlo del bambino, affievolito dal vento che spazzava le chiome alte degli alberi lungo le siepi. Accelerai la mia corsa. A quel punto, improvvisamente, da angolazioni diverse del prato, altri quattro uomini stavano convergendo sul luogo dell’incidente, correndo come me.

Il protagonista, un divulgatore scientifico, mentre sta facendo un pic- nic insieme alla sua fidanzata in mezzo ad un prato, vede un pallone aerostatico che, sospinto da un vento improvviso, sta trascinando via un bambino rimasto a bordo…..Insieme al padre del piccolo e ad altri tre uomini, cerca di trattenerlo afferrando una delle funi…ma, uno alla volta i soccorritori lasciano la presa per non essere sollevati in aria…tutti tranne uno….il quale, dopo poco, precipita e si sfracella al suolo davanti agli occhi inorriditi dei quattro uomini. Leggi tutto

 

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